martedì 6 gennaio 2026

Andare in pensione con pochi contributi




Sono, inoltre, richiesti almeno venti anni di contribuzione o 42 anni e 10 mesi per la pensione di anzianità (41 e 10 mesi per le donne), a prescindere dal requisito anagrafico.


Tuttavia, sono oggi molti gli escamotage per andare in pensione anche senza aver versato molti anni di contributi, alcuni datati negli anni, altri di più recente invenzione.


Vediamo quindi le soluzioni per la pensione per chi è senza o con pochi contributi accreditati.


Pensione senza o con pochi contributi: è possibile? Tutte le ipotesi

Oltre alla quota 41 lavoratori precoci, è possibile andare in pensione con la cosiddetta opzione contributiva Dini, ossia 15 anni di versamenti, fino ad un massimo di 18 anni, almeno un contributo pagato entro il 31 dicembre 1995 e 5 anni dopo il 1° gennaio 1996.


La pensione, la sua decorrenza ordinaria o anticipata, il suo importo ed i metodi per calcolarlo e aumentarlo, sono argomenti che sollevano sempre molti dubbi, sia in chi si affaccia al mondo del lavoro sia in chi è prossimo a lasciarlo.


Chi ha versato pochi contributi ha diritto alla pensione?

In Italia, l’attuale sistema previdenziale prevede che, per avere diritto alla pensione di vecchiaia sia necessaria un’anzianità contributiva di almeno 20 anni di contributi versati. Qualche alternativa però c’è.


Ci sono diverse formule che permettono di accedere alla pensione con un numero minimo di versamenti, in deroga alla regola generale. Ad esempio, si può ripiegare sull’assegno sociale, riconosciuto in caso di disagio economico del nucleo familiare, iscriversi e versare n autonomia negli anni al Fondo Casalinghe, fruire di una pensione di reversibilità se si ha diritto.


Oppure si possono sfruttare le deroghe di legge per andare in pensione di vecchiaia anche con pochissimi contributi.


Chi non raggiunge 20 anni di contributi?


Chi non ha accumulato nel proprio montante i 20 anni necessari per la pensione di vecchiaia, può aspirare ad avere una pensione minima versando autonomamente dei contributi volontari, previa autorizzazione dall’INPS, al ricorrere dei seguenti requisiti:


almeno 5 anni di contributi (260 settimanali per i lavoratori dipendenti e domestici; 60 mensili per gli autonomi; 465 giornalieri per i lavoratori agricoli e 310 per le lavoratrici agricole);


almeno 3 anni di contribuzione nei 5 che precedono la presentazione della domanda (tale requisito si perfeziona se sussistono 36 contributi mensili per gli autonomi, 279 giornalieri per i lavoratori agricoli, 186 giornalieri per le lavoratrici).


Chi non ha contributi può avere pensione?


Anche chi non ha versato affatto contributi può avere accesso alla pensione. L’assegno sociale è il trattamento pensato dal Legislatore per coloro che non hanno versato contributi, o non lo hanno fatto in modo sufficiente per maturare una pensione. I requisiti richiesti sono di avere una residenza stabile e continuativa in Italia da almeno dieci anni, 67 anni di età ed un reddito massimo che, per il 2025, in base all’adeguamento annuale dei requisiti INPS, non deve essere superiore a 7.002,97 euro annui oppure, nel caso di persone coniugate, 14.005,94 euro.


Con gli stessi requisiti previsti per l’assegno sociale, le donne possono avere accesso alla pensione casalinghe, versata dall’omonimo fondo INPS alle donne (ma anche agli uomini) che non hanno contributi da lavoro.


Al Fondo Casalinghe si possono iscrivere sia donne che uomini e bisogna versare autonomamente i contributi, autofinanziandosi la pensione con circa 310 euro l’anno. Al raggiungimento di almeno 5 anni di contributi, si può accedere ad una pensione, che può essere in alternativa a:


pensione di inabilità riservata a coloro che abbiano una invalidità accertata a qualsiasi attività lavorativa;


pensione di vecchiaia, a patto di aver compiuto almeno 57 anni d’età, oppure 65 anni nei casi in cui i versamenti non risultino sufficienti a maturare un assegno previdenziale pari almeno all’importo dell’assegno sociale maggiorato del 20%.


Chi può andare in pensione con 15 anni di contributi?


Esiste anche la possibilità di andare in pensione con 15 anni di contributi e 67 anni di età, a patto di aver versato tali contributi entro il 31 dicembre 1992 oppure di essere stati autorizzati al versamento dei contributi volontari alla stessa data. Da precisare che esistono anche una serie di ulteriori casistiche per le gestioni ex-INPDAP, ex-ENPALS e Fondo Quiescenza Poste.


Cosa si può fare con 5 anni di contributi?


Può accedere alla pensione con soli 5 anni di contributi effettivi chi è iscritto presso una Gestione INPS e ha iniziato ad accreditare contributi dal 1996 in poi. Si tratta in particolare dei lavoratori che cadono nel sistema contributivo puro al compiere dei 71 anni (requisito soggetto agli adeguamenti alle speranze di vita).


Chi ne possiede il diritto, può invece richiedere l’assegno ordinario d’invalidità o la pensione d’inabilità al lavoro, con soli 5 anni di contributi, di cui almeno 3 nell’ultimo quinquennio.


Cosa si può fare con 10 anni di contributi?


Come per gli inabili, anche per i non vedenti ci sono delle specifiche agevolazioni per l’accesso alla pensione di vecchiaia, per la quale bastano 10 anni di contributi versati dopo l’insorgere della cecità. Oltre al requisito contributivo sono richiesti:


51 anni di età se donne;


56 anni di età se uomini dipendenti o donne lavoratrici autonome;


61 anni se uomini lavoratori autonomi.


In realtà anche chi ha meno di 10 anni di contributi versati dall’insorgere dello stato di cecità può accedere alla pensione di vecchiaia non vedenti ma i requisiti anagrafici sono più alti:


61 anni di età per gli uomini dipendenti e 66 anni se lavoratori autonomi;


56 anni di età per le donne, 61 anni se lavoratrici autonome;

almeno 15 anni di contributi.


Quale pensione con 10 anni di contributi?


Oltre alle pensioni INPS sopra citate ci sono quelle destinate ai professionisti dalle loro casse previdenziali. Le casse professionali che consentono ai propri iscritti di andare in pensione con un’anzianità contributiva inferiore ai 10 anni sono:


CNPADC, la cassa dei dottori commercialisti, a patto di essere privi di contribuzione antecedente al 2004, almeno 62 anni di età e 5 anni di anzianità contributiva;


Cassa forense, con 70 anni di età e almeno 5 anni di contributi. Qui viene anche previsto un massimo di 34 anni di contribuzione;


 EPAP e Cassa degli psicologi, con un minimo di 5 anni di versamenti e 65 anni di età.


Anche Inarcassa, CNPADC, CIPAG, ENPACL, CNPR, Cassa Forense consentono ai professionisti affetti da invalidità di ritirarsi con 10 anni di contributi.


Quale pensione con 13 anni di contributi?


Coloro che hanno versato solo 13 anni di contributi possono accedere alla pensione di vecchiaia contributiva ottenibile con soli 5 anni di contributi, al raggiungimento dei 71 anni di età, a patto di aver versato contributi solo dopo dicembre 1995, oppure a una delle tipologie di pensione sopra descritte, a patto di rientrare nei requisiti richiesti.


Cosa fare con 13 anni di contributi?


Chi ha versato 13 anni di contributi potrebbe anche decidere di versare i contributi volontari mancanti per raggiungere il requisito dei 20 anni di contribuzione minima necessari per accedere alla pensione di vecchiaia. Opzione che potrebbe rappresentare l’unica alternativa se non si rientra nel contributivo puro.


Ricordando che l’accesso alla pensione di vecchiaia ha anche il vincolo dei 67 anni di età, se chi ha versato 13 anni di contributi può scegliere tra le due opzioni, quella di versare volontariamente i contribuiti potrebbe risultare conveniente solo a chi ha un’età inferiore ai 60 anni, mancandone 7 al raggiungimento dei 20 anni.


Fondo casalinghe gli iscritti al “Fondo casalinghe”, con almeno 5 anni di contributi, possono accedere alla pensione di inabilità lavorativa o alla pensione di vecchiaia al compimento di 57 anni.


Nei casi in cui i versamenti non risultino sufficienti a maturare un assegno previdenziale pari all’importo dell’assegno sociale maggiorato del 20 per cento, la pensione sarà però erogata a partire dai 65 anni di età.


L’importo mensile da pagare deve essere almeno di 25,83 euro al mese, 309,84 euro all’anno e 1.549,2 euro per cinque anni ma se non si raggiunge il minimo contributivo di 5 anni, le rate già pagate vengono perse e non possono essere utilizzate per la ricongiunzione o la totalizzazione dei contributi con altre casse previdenziali.




venerdì 26 dicembre 2025

Festività e Ponti 2026

 Festività e Ponti 2026



Dal calendario del 2026 arrivano occasioni interessanti per allungare le pause dal lavoro. Ecco quando conviene prendere ferie.


Il calendario delle festività 2026 offre diverse occasioni per programmare vacanze più lunghe utilizzando pochi giorni di ferie. La disposizione delle ricorrenze nel corso dell’anno consente infatti di sfruttare ponti strategici, soprattutto tra primavera ed estate, con benefici concreti per chi lavora.


Nel 2026, le occasioni non mancano, soprattutto per chi riesce a muoversi con un minimo di elasticità.


Epifania e inizio anno: poche occasioni

Il 2026 si apre con l’Epifania che cade di martedì 6 gennaio. Con un solo giorno di ferie, lunedì 5 gennaio, è possibile ottenere un fine settimana lungo di quattro giorni, dal 3 al 6 gennaio. Più complicato, invece, costruire ponti più estesi nella primissima parte dell’anno.


Primavera favorevole: Pasqua, 25 aprile e 1° maggio


La primavera è uno dei periodi più interessanti del calendario 2026. La Pasqua cade domenica 5 aprile, con Pasquetta lunedì 6 aprile. Prendendo pochi giorni di ferie a ridosso delle festività è possibile programmare una pausa più lunga.


Il 25 aprile cade di sabato, mentre il 1° maggio sarà venerdì. Questo significa che, utilizzando alcuni giorni di ferie nella settimana precedente o successiva, si possono ottenere periodi di stop più ampi, ideali per una vacanza primaverile.


Estate: meno ponti ma ferie naturali

Nel periodo estivo le festività offrono meno opportunità di ponte. Il 2 giugno cade di martedì, consentendo un possibile allungamento del fine settimana con un solo giorno di ferie. Il Ferragosto, invece, sarà di sabato 15 agosto, riducendo le possibilità di combinazioni favorevoli.

Resta comunque centrale il periodo delle ferie tradizionali, soprattutto tra luglio e agosto, quando molte aziende concentrano le chiusure.

Autunno senza grandi occasioni

L’autunno 2026 è meno generoso sul fronte dei ponti. Ognissanti cade di domenica 1° novembre, mentre le festività non consentono particolari estensioni dei fine settimana senza ricorrere a più giorni di ferie.

Natale 2026: uno dei momenti migliori

Il periodo natalizio torna a essere uno dei più interessanti. Il Natale cade di venerdì 25 dicembre e Santo Stefano di sabato 26 dicembre. Con pochi giorni di ferie nella settimana precedente o successiva, è possibile costruire una pausa prolungata tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.


In breve

Pasqua 2026 è una delle più favorevoli degli ultimi anni: con pochi giorni di ferie si può arrivare a oltre una settimana di stop.

Il 1° maggio cade di venerdì, regalando un fine settimana lungo senza usare ferie.

Il ponte del 2 giugno è tra i più ghiotti: basta un solo giorno di ferie per quattro giorni consecutivi.

Natale 2026 è perfetto per chi pianifica in anticipo, con possibilità di arrivare a nove giorni consecutivi di vacanza.

Festività locali da non perdere

In Italia esistono molte feste locali che spesso permettono ai residenti di approfittare di un giorno di vacanza o addirittura di un ponte.

Le più note sono San Pietro e Paolo a Roma e Sant’Ambrogio a Milano

Roma: San Pietro e Paolo

Il 29 giugno è festivo solo a Roma e cade di lunedì nel 2026, creando un ponte naturale di tre giorni. Perfetto per esplorare qualche località vicina, o anche una meta Europea.

Milano: Sant'Ambrogio

Il 7 dicembre è festivo solo a Milano e cade di lunedì, coincidendo con il ponte dell'Immacolata.

In questo modo, i milanesi avranno l’occasione di organizzare un bel ponte lungo.

Altre città

San Gennaro a Napoli (19 settembre) cade di sabato

San Giovanni Battista a Firenze (24 giugno) è di mercoledì

San Nicola a Bari (6 dicembre) cade di domenica

Come sfruttare i ponti per viaggiare di più

Con una pianificazione strategica, il 2026 offre eccellenti opportunità per creare lunghe pause dal lavoro.


Gennaio: un inizio anno in vacanza

L'anno inizia subito con un'ottima occasione.

Capodanno (1° gennaio) è un giovedì e l'Epifania (6 gennaio) un martedì.

Prendendo ferie venerdì 2 e lunedì 5 gennaio, si ottengono ben 6 giorni di vacanza consecutivi, dall'1 al 6 gennaio.

Primavera: fine settimana lunghi tra arte e natura

Pasqua (5-6 aprile): Offre un classico fine settimana lungo di 3 giorni, ideale per trascorrere una breve vacanza in famiglia.

1° maggio (Festa dei Lavoratori): Cadendo di venerdì, regala un fine settimana di 3 giorni senza bisogno di prendere ferie.

2 giugno (Festa della Repubblica): È un martedì. Prendendo ferie lunedì 1° giugno, si crea un super ponte di 4 giorni.

Dicembre 2026 è il mese d'oro per i ponti.

Immacolata Concezione (8 dicembre): Cadendo di martedì, basta prendere ferie lunedì 7 dicembre per avere 4 giorni liberi. A Milano, con Sant'Ambrogio (7 dicembre), il ponte è automatico.

Natale (25 dicembre): Inizia di venerdì, garantendo un fine settimana lungo. Prendendo 4 giorni di ferie (28, 29, 30 e 31 dicembre), si può costruire una vacanza lunghissima di 10 giorni, dal 25 dicembre al 3 gennaio 2027.

Consigli di viaggio risparmiare, per sfruttare al meglio questi ponti, è fondamentale muoversi in anticipo, ovvero prenotare voli e alloggi con 2-3 mesi di anticipo permette di accedere a tariffe più convenienti, soprattutto per i periodi di alta stagione come Pasqua e i ponti di maggio e giugno.




domenica 21 settembre 2025

Dimissioni nel periodo di prova sono revocabili





Come è noto, nei contratti di lavoro sia a tempo determinato che a tempo indeterminato può essere previsto il periodo di prova, ossia quel lasso di tempo individuato dalle parti in cui ciascuna valuta la convenienza del rapporto instaurato con il patto di prova.


Nel periodo di prova vale il principio di libero recesso, perché sia il datore che il lavoratore possono immediatamente interrompere il rapporto, senza dare alcun preavviso e senza alcuna sanzione o indennità (art. 2096 del Codice Civile).


Coerentemente, le dimissioni possono essere rassegnate sia quando la prova è in corso, sia alla sua fine.


Per legge, la comunicazione telematica per le dimissioni nel periodo di prova non è obbligatoria, ma il lavoratore dovrà consegnare la lettera di dimissioni al datore.


Quest’ultimo dovrà firmarla e consegnarla al lavoratore, e di seguito comunicare entro 5 giorni la cessazione del rapporto al locale Centro per l’impiego, attraverso il Modello Unificato UniLav.


Legittimo revocare le dimissioni rassegnate durante il periodo di prova: la Cassazione contraddice il Ministero del Lavoro.


Un lavoratore in prova che rassegna le dimissioni ha il diritto di tornare sui suoi passi e di annullare la sua decisione, ottenendo la riammissione in servizio senza se e senza ma.


Lo ha ribadito la Corte di cassazione, che con l’ordinanza n. 24991/2025 pubblicata l’11 settembre si è espressa in merito al caso di un lavoratore che aveva dato le dimissioni dopo un solo giorno di lavoro, richiedendo poi la revoca telematica rispettando la tempistica prevista, vale a dire entro 7 giorni.


L’azienda, in casi come questo, è tenuta a reintegrare il lavoratore. A nulla vale quanto riportato nella circolare n. 12/2016 del Ministero del Lavoro, che negherebbe la possibilità di revoca delle dimissioni durante il periodo di prova.


Secondo i giudici, infatti, si tratta di un documento di prassi interno all’Amministrazione che in nessun caso può avere più valore di una legge: in questo caso, infatti, a dettare regole è il Jobs Act, con l’articolo 26.


La disciplina relativa alle dimissioni telematiche prevista dall’art. 26 d.lgs. 151/2015 si applica anche alle dimissioni rassegnate durante il periodo di prova.


La Cassazione ha confermato tale soluzione in una recente ordinanza (n. 24991 dell’11 settembre 2025).


La pronuncia ha dunque affrontato la questione relativa all’interpretazione dell'art. 26 del D. Lgs. n. 151/2015[1] che disciplina, appunto, le dimissioni telematiche e la facoltà di revoca entro sette giorni delle medesime.


La ratio della norma, come chiarito dai lavori preparatori, è quella di garantire l'autenticità della manifestazione di volontà del lavoratore e di contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco.


Con particolare riguardo all’esclusione del periodo di prova dall'ambito di applicazione dell'art. 26 D. Lgs. n. 151/2015, la Cassazione ha osservato che il giudice d’appello aveva ritenuto non applicabile al caso di specie la Circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n. 12 del 4 marzo 2016 che aveva introdotto un'ipotesi derogatoria non prevista dalla norma primaria, rivestita di carattere eccezionale e, pertanto, secondo il giudice di secondo grado, insuscettibile di applicazione oltre i limiti in essa considerati.


Inoltre, la Corte territoriale aveva rilevato che la ratio del patto di prova e quella dell'art. 26 D. Lgs. n. 151/2015 sono differenti e non interferiscono reciprocamente: la prima mira a tutelare l'interesse comune di verifica del contratto, la seconda ad evitare abusi datoriali.


Su tali premesse, la revoca delle dimissioni dichiarate dal lavoratore durante il periodo di prova era stata ritenuta pienamente valida ed efficace in quanto avvenuta nel legittimo esercizio del potere unilaterale di revoca previsto dalla norma sopra citata.





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