domenica 22 marzo 2026

Pensionati INPS all’estero: si parte con gli accertamenti per l’anno 2026




Come chiarito dall’ INPS a partire dal 20 marzo prossimo scatta la prima fase dell’accertamento in vita per l’anno 2026 sui pensionati italiani residenti all’estero. I controlli, condotti tramite Citibank, coprono una varia area del globo, dall’America all’Asia, dall’Estremo Oriente a Paesi Scandinavi ed Europa orientale. 

Obiettivo principale della campagna è quello di verificare che il titolare di pensione non sia deceduto e che il pagamento del cedolino giunga correttamente a destinazione. In secondo luogo, l’azione dell’Inps punta a stanare eventuali illeciti, come per esempio i parenti che riscuotono l’assegno senza averne diritto.

I pensionati coinvolti nella campagna riceveranno i moduli da compilare e restituire entro la scadenza del 18 luglio 2026. Oltre al documento online va inoltrata una fotocopia della carta di identità.

In caso di mancato invio della comunicazione entro il termine, il mese successivo scatta il pagamento della rata esclusivamente in contanti presso gli sportelli Western Union. L’assenza di riscossione entro il 19 agosto 2026 apre alla sospensione della pensione a partire dal mese di settembre.

Chi è escluso dai controlli

Dall’accertamento in vita sono esclusi i pensionati titolari di altri trattamenti residenti in Stati dove operano Istituti di previdenza che hanno siglato accordi di collaborazione con l’ente italiano presieduto da Gabriele Fava. Ad essere interessati dai “patti" sullo scambio di informazioni relative ai decessi sono soprattutto Paesi europei, dalla Francia a Germania, Paesi Bassi, Polonia e Belgio. Nell’elenco sono inclusi inoltre la Svizzera dove opera l’Ufficio Centrale di Compensazione e l’Australia (Centrelink).

La seconda fase della campagna 2026 per l’accertamento in vita si indirizza invece sui restanti continenti: Africa, Oceania ed Europa, ad eccezione dei Paesi Scandinavi e dell’Est. 

Crescono i pensionati all’estero

I controlli si rendono quanto più necessari considerato che sempre più pensionati italiani scelgono di risiedere stabilmente all’estero. Come mostrano gli ultimi dati comunicati dall’Inps in Parlamento, in un solo anno i trattamenti di regime internazionale hanno toccato quota 675mila unità, 1,3 punti percentuali in più rispetto al dato del 2024. 

L’INPS ha confermato l’avvio della prima fase della campagna annuale di verifica dell’esistenza in vita dei pensionati residenti all’estero. L’attività viene gestita da Citibank, la banca incaricata del pagamento internazionale delle pensioni, che dal 20 marzo 2026 invierà le richieste di attestazione ai pensionati interessati. La verifica serve a garantire la regolare erogazione delle pensioni ed evitare il pagamento di prestazioni non dovute. Si tratta di una procedura ricorrente, ma con scadenze e modalità che per i pensionati coinvolti vanno rispettate con precisione.

Chi deve inviare l’attestazione a Citibank

La prima fase dell’accertamento 2026 riguarda i pensionati che risiedono in specifiche aree geografiche. Le richieste di attestazione saranno inviate ai titolari di pensione residenti in:

Nord, Centro e Sud America;

Asia;

Estremo Oriente;

Paesi scandinavi;

Stati dell’Europa dell’Est e Paesi limitrofi.

Il passaggio più delicato riguarda gli effetti del mancato invio dell’attestazione entro i termini. Se la prova di esistenza in vita non viene restituita a Citibank entro il 18 luglio 2026, la rata di agosto sarà pagata in contanti tramite le agenzie Western Union presenti nel Paese di residenza.

Questa modalità non sostituisce l’obbligo di completare la verifica. Serve soltanto come passaggio intermedio prima dell’eventuale sospensione del trattamento pensionistico.

Quando la pensione viene sospesa

Se il pensionato non riscuote personalmente la rata di agosto oppure non invia l’attestazione entro il 19 agosto 2026, il pagamento della pensione viene sospeso a partire dalla rata di settembre 2026. Esiste però un’eccezione da non trascurare. Nei Paesi in cui il pagamento tramite Western Union non è disponibile, la sospensione scatterà già dalla rata di agosto 2026. È questo uno dei punti che rende decisivo controllare subito la documentazione ricevuta e i canali di riscossione disponibili nel Paese di residenza.

Chi è escluso dagli accertamenti INPS 2026

Non tutti i pensionati all’estero rientrano nella verifica avviata dal 20 marzo. L’INPS ha infatti indicato alcuni casi di esclusione dall’accertamento annuale:

i pensionati i cui dati anagrafici sono oggetto di scambio telematico in base ad accordi tecnico-procedurali tra l’INPS e gli enti previdenziali di altri Stati;

i pensionati che hanno riscosso personalmente agli sportelli Western Union almeno una rata di pensione in prossimità dell’avvio della campagna di verifica;

i pensionati le cui prestazioni sono già state sospese da Citibank per mancato completamento delle precedenti campagne di accertamento o per riaccrediti consecutivi di rate di pensione.

Queste esclusioni vanno lette con attenzione perché riducono il numero dei soggetti chiamati a restituire l’attestazione, ma non eliminano la necessità di verificare la propria posizione personale.

Modalità per provare l’esistenza in vita

Per le modalità di attestazione dell’esistenza in vita, l’INPS rinvia espressamente al messaggio n. 3863 del 19 dicembre 2025. È in quel documento che sono riepilogati i passaggi da seguire, i moduli da utilizzare e le istruzioni pratiche per la restituzione a Citibank. Chi riceve la richiesta deve quindi controllare sia la comunicazione inviata dalla banca sia le indicazioni INPS già pubblicate, così da evitare errori formali che possano rallentare il pagamento della pensione.


martedì 6 gennaio 2026

Busta paga 2026: come incide sul netto dei lavoratori dipendenti




Le nuove leggi intervengono in modo diretto sul lavoro dipendente, con misure che incidono sul netto in busta paga e sulla fiscalità personale. 

Gli effetti non sono uniformi: i benefici risultano più evidenti per i redditi medio-bassi, per chi lavora a turni e per le famiglie con figli.

IRPEF: riduzione del secondo scaglione

Dal 2026 l’aliquota IRPEF applicata al secondo scaglione di reddito (28.000–50.000 euro) scende dal 35% al 33%. Il beneficio massimo stimato è pari a circa 440 euro annui, con un impatto che varia in funzione del reddito complessivo e si riduce per chi supera la soglia dello scaglione.

Cuneo fiscale: confermate le regole 2025

Viene confermato l’impianto del taglio del cuneo fiscale già in vigore nel 2025:

per redditi fino a 20.000 euro resta una somma esente da IRPEF e contributi, riconosciuta direttamente in busta paga;

per redditi da 20.000 a 40.000 euro continua ad applicarsi una detrazione IRPEF aggiuntiva, decrescente all’aumentare del reddito.

Detassazioni 2026: le misure operative

Rinnovi contrattuali con imposta sostitutiva al 5%

Gli aumenti retributivi legati a rinnovi contrattuali nel settore privato sono tassati al 5% per i lavoratori con reddito da lavoro dipendente fino a 33.000 euro, salvo rinuncia.

Premi di produttività tassati all’1%

I premi di risultato e le somme legate alla partecipazione agli utili scontano un’imposta sostitutiva dell’1% fino a 5.000 euro annui per il 2026 e il 2027.

Notturni, festivi e turni: tassazione al 15%

Per il 2026 è prevista un’imposta sostitutiva del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, festivo o a turni, entro il limite di 1.500 euro annui, per lavoratori con reddito 2025 fino a 40.000 euro.

Buoni pasto elettronici

Dal 2026 la soglia di esenzione per i buoni pasto elettronici sale da 8 a 10 euro al giorno.

Bonus mamme lavoratrici 2026

Il bonus mamme viene rafforzato: alle lavoratrici con almeno due figli spetta un contributo di 60 

euro al mese, fino a 720 euro annui. L’importo è esente da IRPEF e contributi ed è erogato dall’INPS su domanda.

Altre misure per le madri lavoratrici

esonero contributivo per 24 mesi per le aziende che assumono donne con almeno tre figli;

estensione del congedo parentale fino ai 14 anni dei figli;

raddoppio dei giorni di congedo per malattia dei figli da 5 a 10 giorni annui.

Uno degli interventi di maggiore impatto per i lavoratori dipendenti riguarda la riduzione dell’aliquota IRPEF intermedia, che passa dal 35% al 33% per i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro. La nuova struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche risulta quindi articolata su tre scaglioni:

23% per i redditi fino a 28.000 euro

33% per i redditi da 28.000 a 50.000 euro

43% per i redditi oltre 50.000 euro

La misura produce un alleggerimento del carico fiscale soprattutto per i lavoratori dipendenti collocati nella fascia di reddito medio, con un beneficio che si riflette direttamente sul netto in busta paga.

Accanto alla riduzione delle aliquote, la manovra interviene anche sulle detrazioni fiscali. Con la modifica dell’art. 16-ter del TUIR viene introdotto il nuovo comma 5-bis, che prevede, per i contribuenti con reddito complessivo superiore a 200.000 euro, una riduzione forfettaria di 440 euro delle detrazioni spettanti per:

oneri detraibili al 19%, con esclusione delle spese sanitarie;

erogazioni liberali a favore dei partiti politici;

premi assicurativi contro eventi calamitosi.






Andare in pensione con pochi contributi




Sono, inoltre, richiesti almeno venti anni di contribuzione o 42 anni e 10 mesi per la pensione di anzianità (41 e 10 mesi per le donne), a prescindere dal requisito anagrafico.


Tuttavia, sono oggi molti gli escamotage per andare in pensione anche senza aver versato molti anni di contributi, alcuni datati negli anni, altri di più recente invenzione.


Vediamo quindi le soluzioni per la pensione per chi è senza o con pochi contributi accreditati.


Pensione senza o con pochi contributi: è possibile? Tutte le ipotesi

Oltre alla quota 41 lavoratori precoci, è possibile andare in pensione con la cosiddetta opzione contributiva Dini, ossia 15 anni di versamenti, fino ad un massimo di 18 anni, almeno un contributo pagato entro il 31 dicembre 1995 e 5 anni dopo il 1° gennaio 1996.


La pensione, la sua decorrenza ordinaria o anticipata, il suo importo ed i metodi per calcolarlo e aumentarlo, sono argomenti che sollevano sempre molti dubbi, sia in chi si affaccia al mondo del lavoro sia in chi è prossimo a lasciarlo.


Chi ha versato pochi contributi ha diritto alla pensione?

In Italia, l’attuale sistema previdenziale prevede che, per avere diritto alla pensione di vecchiaia sia necessaria un’anzianità contributiva di almeno 20 anni di contributi versati. Qualche alternativa però c’è.


Ci sono diverse formule che permettono di accedere alla pensione con un numero minimo di versamenti, in deroga alla regola generale. Ad esempio, si può ripiegare sull’assegno sociale, riconosciuto in caso di disagio economico del nucleo familiare, iscriversi e versare n autonomia negli anni al Fondo Casalinghe, fruire di una pensione di reversibilità se si ha diritto.


Oppure si possono sfruttare le deroghe di legge per andare in pensione di vecchiaia anche con pochissimi contributi.


Chi non raggiunge 20 anni di contributi?


Chi non ha accumulato nel proprio montante i 20 anni necessari per la pensione di vecchiaia, può aspirare ad avere una pensione minima versando autonomamente dei contributi volontari, previa autorizzazione dall’INPS, al ricorrere dei seguenti requisiti:


almeno 5 anni di contributi (260 settimanali per i lavoratori dipendenti e domestici; 60 mensili per gli autonomi; 465 giornalieri per i lavoratori agricoli e 310 per le lavoratrici agricole);


almeno 3 anni di contribuzione nei 5 che precedono la presentazione della domanda (tale requisito si perfeziona se sussistono 36 contributi mensili per gli autonomi, 279 giornalieri per i lavoratori agricoli, 186 giornalieri per le lavoratrici).


Chi non ha contributi può avere pensione?


Anche chi non ha versato affatto contributi può avere accesso alla pensione. L’assegno sociale è il trattamento pensato dal Legislatore per coloro che non hanno versato contributi, o non lo hanno fatto in modo sufficiente per maturare una pensione. I requisiti richiesti sono di avere una residenza stabile e continuativa in Italia da almeno dieci anni, 67 anni di età ed un reddito massimo che, per il 2025, in base all’adeguamento annuale dei requisiti INPS, non deve essere superiore a 7.002,97 euro annui oppure, nel caso di persone coniugate, 14.005,94 euro.


Con gli stessi requisiti previsti per l’assegno sociale, le donne possono avere accesso alla pensione casalinghe, versata dall’omonimo fondo INPS alle donne (ma anche agli uomini) che non hanno contributi da lavoro.


Al Fondo Casalinghe si possono iscrivere sia donne che uomini e bisogna versare autonomamente i contributi, autofinanziandosi la pensione con circa 310 euro l’anno. Al raggiungimento di almeno 5 anni di contributi, si può accedere ad una pensione, che può essere in alternativa a:


pensione di inabilità riservata a coloro che abbiano una invalidità accertata a qualsiasi attività lavorativa;


pensione di vecchiaia, a patto di aver compiuto almeno 57 anni d’età, oppure 65 anni nei casi in cui i versamenti non risultino sufficienti a maturare un assegno previdenziale pari almeno all’importo dell’assegno sociale maggiorato del 20%.


Chi può andare in pensione con 15 anni di contributi?


Esiste anche la possibilità di andare in pensione con 15 anni di contributi e 67 anni di età, a patto di aver versato tali contributi entro il 31 dicembre 1992 oppure di essere stati autorizzati al versamento dei contributi volontari alla stessa data. Da precisare che esistono anche una serie di ulteriori casistiche per le gestioni ex-INPDAP, ex-ENPALS e Fondo Quiescenza Poste.


Cosa si può fare con 5 anni di contributi?


Può accedere alla pensione con soli 5 anni di contributi effettivi chi è iscritto presso una Gestione INPS e ha iniziato ad accreditare contributi dal 1996 in poi. Si tratta in particolare dei lavoratori che cadono nel sistema contributivo puro al compiere dei 71 anni (requisito soggetto agli adeguamenti alle speranze di vita).


Chi ne possiede il diritto, può invece richiedere l’assegno ordinario d’invalidità o la pensione d’inabilità al lavoro, con soli 5 anni di contributi, di cui almeno 3 nell’ultimo quinquennio.


Cosa si può fare con 10 anni di contributi?


Come per gli inabili, anche per i non vedenti ci sono delle specifiche agevolazioni per l’accesso alla pensione di vecchiaia, per la quale bastano 10 anni di contributi versati dopo l’insorgere della cecità. Oltre al requisito contributivo sono richiesti:


51 anni di età se donne;


56 anni di età se uomini dipendenti o donne lavoratrici autonome;


61 anni se uomini lavoratori autonomi.


In realtà anche chi ha meno di 10 anni di contributi versati dall’insorgere dello stato di cecità può accedere alla pensione di vecchiaia non vedenti ma i requisiti anagrafici sono più alti:


61 anni di età per gli uomini dipendenti e 66 anni se lavoratori autonomi;


56 anni di età per le donne, 61 anni se lavoratrici autonome;

almeno 15 anni di contributi.


Quale pensione con 10 anni di contributi?


Oltre alle pensioni INPS sopra citate ci sono quelle destinate ai professionisti dalle loro casse previdenziali. Le casse professionali che consentono ai propri iscritti di andare in pensione con un’anzianità contributiva inferiore ai 10 anni sono:


CNPADC, la cassa dei dottori commercialisti, a patto di essere privi di contribuzione antecedente al 2004, almeno 62 anni di età e 5 anni di anzianità contributiva;


Cassa forense, con 70 anni di età e almeno 5 anni di contributi. Qui viene anche previsto un massimo di 34 anni di contribuzione;


 EPAP e Cassa degli psicologi, con un minimo di 5 anni di versamenti e 65 anni di età.


Anche Inarcassa, CNPADC, CIPAG, ENPACL, CNPR, Cassa Forense consentono ai professionisti affetti da invalidità di ritirarsi con 10 anni di contributi.


Quale pensione con 13 anni di contributi?


Coloro che hanno versato solo 13 anni di contributi possono accedere alla pensione di vecchiaia contributiva ottenibile con soli 5 anni di contributi, al raggiungimento dei 71 anni di età, a patto di aver versato contributi solo dopo dicembre 1995, oppure a una delle tipologie di pensione sopra descritte, a patto di rientrare nei requisiti richiesti.


Cosa fare con 13 anni di contributi?


Chi ha versato 13 anni di contributi potrebbe anche decidere di versare i contributi volontari mancanti per raggiungere il requisito dei 20 anni di contribuzione minima necessari per accedere alla pensione di vecchiaia. Opzione che potrebbe rappresentare l’unica alternativa se non si rientra nel contributivo puro.


Ricordando che l’accesso alla pensione di vecchiaia ha anche il vincolo dei 67 anni di età, se chi ha versato 13 anni di contributi può scegliere tra le due opzioni, quella di versare volontariamente i contribuiti potrebbe risultare conveniente solo a chi ha un’età inferiore ai 60 anni, mancandone 7 al raggiungimento dei 20 anni.


Fondo casalinghe gli iscritti al “Fondo casalinghe”, con almeno 5 anni di contributi, possono accedere alla pensione di inabilità lavorativa o alla pensione di vecchiaia al compimento di 57 anni.


Nei casi in cui i versamenti non risultino sufficienti a maturare un assegno previdenziale pari all’importo dell’assegno sociale maggiorato del 20 per cento, la pensione sarà però erogata a partire dai 65 anni di età.


L’importo mensile da pagare deve essere almeno di 25,83 euro al mese, 309,84 euro all’anno e 1.549,2 euro per cinque anni ma se non si raggiunge il minimo contributivo di 5 anni, le rate già pagate vengono perse e non possono essere utilizzate per la ricongiunzione o la totalizzazione dei contributi con altre casse previdenziali.




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